IAASM Point of View – III2020

Uno sguardo al Medio Oriente tra Arabia Saudita ed Emirati Arabi

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Con Matteo Terrevazzi (ADNOC) guardiamo da vicino alle dinamiche energetiche in atto in Arabia Saudita ed Emirati Arabi, due realtà accomunate dalle grandi riserve di idrocarburi, ma che guardano al futuro dell’energy con nuove prospettive. Tra i temi, non solo il ruolo chiave negli sviluppi del greggio, ma l’attenzione rivolta alla transizione energetica e alla diversificazione delle rispettive economie.

Nel solco della cooperazione. Costantemente al centro dalle dinamiche energetiche e petrolifere, i grandi players del Medio Oriente rivestono un ruolo primario nella definizione delle politiche produttive. Sebbene lo storico ruolo dell’OPEC vada ridefinendosi nel corso degli ultimi anni, i principali paesi esportatori di greggio restano al centro dell’attenzione anche in questa fase congiunturale. Spesso guardando alla penisola arabica si finisce per considerare la posizione dell’Arabia Saudita come quella degli Emirati e viceversa. Nella realtà dei fatti, non si rischia di semplificare la situazione, dal momento che i due stati sono da sempre strettamente alleati sia nel contesto OPEC che in quello di più ampio degli equilibri economici e geopolitici dell’area. Alla voce dell’Arabia Saudita in termini di tagli alla produzione, Emirati Arabi e Kuwait – gli altri principali produttori dell’area – fanno da eco dimostrando il sostanziale allineamento tra gli azionisti arabi del cartello. Ma questa sintonia va oltre, materializzandosi a più livelli anche nelle decisioni a carattere politico e militare nell’area.

Arabia Saudita ed Emirati Arabi sono infatti anche le due principali economie della regione con la loro opera volta alla cooperazione e sviluppo all’interno del GCC (Gulf Cooperation Council). In un contesto macroeconomico interconnesso ed estremamente sensibile agli shock di prezzo, un modello esposto alle oscillazioni del greggio richiede azioni coordinate e condivise. Ma per considerare a pieno le dinamiche interne di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, non si può prescindere dal considerare le due rispettive NOC (National Oil Company): Saudi Aramco e ADNOC.

La prima, salita alla ribalta per aver portato a termine la più grande IPO della storia nel 2019, riveste il ruolo di maggior produttore mondiale di greggio con circa 9 milioni di barili giornalieri (volumi previsti per la seconda metà del 2020). Storicamente, Saudi Aramco ha rivestito un ruolo determinante nello sviluppo dell’economia saudita, non solo da un punto di vista finanziario, garantendo un costante afflusso di denaro, ma anche sotto un aspetto più strettamente strategico, supportando la definizione delle linee guida e le politiche dello sviluppo dell’economia domestica e fornendo le corrispondenti expertise tecniche ed ingegneristiche. Questa forte impronta si è riflessa nel processo di quotazione, più volte messa in dubbio, proprio per via del ruolo strategico di Saudi Aramco.

Non meno importante il ruolo ricoperto da ADNOC, che nel contesto più diversificato degli Emirati Arabi è una parte – seppur fondamentale – del modello economico. Negli ultimi decenni gli Emirati hanno raggiunto uno sviluppo finanziario e infrastrutturale grazie a una serie di riforme che ne hanno permesso l’apertura al mondo. L’economia emiratina ha saputo quindi convogliare al meglio le risorse energetiche per diventare un polo di attrazione per business turismo, nonché uno snodo logistico mondiale.

L’apertura ai capitali stranieri. Tra le due realtà, alcune differenti sfaccettature emergono dal processo di apertura ai capitali esteri attuato di recente. Di fondo entrambe le parti hanno optato per il conferimento di quote di minoranza in asset strategici, con limitato scopo di controllo. In un contesto relativamente stabile, investitori internazionali a carattere finanziario e industriale ricercano e trovano sempre più nuove opportunità (e ritorni) non replicabili in altre aree. A cambiare tra i due paesi è semmai la modalità e il timing di apertura. ADNOC da anni è impegnata nell’inclusione di partners stranieri in diversi livelli della filiera energy, dall’upstream agli oleodotti fino alla raffinazione. Il processo è stato finora di successo ed ha visto l’ingresso di diversi operatori internazionali (tra cui Eni) nelle aree esplorative e produttive detenute da ADNOC e in ADNOC Refining. E non è un caso se il più grande deal infrastrutturale dell’anno, concluso in piena pandemia, abbia coinvolto proprio la cessione del 49% della controllata dei gasdotti di ADNOC ad un consorzio internazionale (di cui fa parte anche SNAM) per circa 10 miliardi di dollari, a dimostrazione di come la solidità dell’opportunità nasca a prescindere dal contesto macroeconomico. Da un lato quindi ADNOC raccoglie importanti fondi, dall’altro capitalizza la partnership strategica con i leader internazionali di settore.

Diverso il copione per Saudi Aramco, per cui il primo passo del processo di IPO si è dimostrato ben più lungo delle attese, tingendosi a tratti di giallo, fino a sembrare più volte sul punto di essere cancellato. Alla fine, nel dicembre 2019 il collocamento dell’1,5% delle azioni del colosso integrato ha raccolto più di 25 miliardi di dollari (record per l’IPO più grande di sempre, davanti a quella di Alibaba del 2014), con una valutazione complessiva della società pari a 1.700 miliardi di dollari. Quotazione da record per una vera e propria macchina da soldi, capace da sola di finanziare larga parte del bilancio statale saudita e che rappresenta il passo più importante nel piano di riforma “Vision 2030” per ridurre la dipendenza del Regno dal petrolio. Resta un’apertura a metà dell’Arabia Saudita ai capitali esteri, dal momento che la quotazione è stata riservata al Tadawul (la Borsa di Riyadh) in virtù dei minori vincoli di disclosure rispetto ai mercati di Londra e New York, ma che comunque ha centrato gli obiettivi iniziali. Una maggiore apertura verso l’estero resta probabilmente il prossimo passo da compiere.

Quale percorso per la transizione energetica. Già da tempo gli Emirati Arabi si stanno muovendo nella direzione di una sostanziale diversificazione energetica attraverso progetti concentrati perlopiù nel fotovoltaico con una capacità totale installata di quasi 2.000MW (2020). L’obiettivo fissato al 2050 vede il raggiungimento di 42.000MW installati, un’altra area che ha va riscontrando sempre maggiore interesse da parte di operatori e banche internazionali. Va ricordato inoltre come gli Emirati abbiano anche una presenza nel nucleare grazie all’impianto di Barakah (il primo della penisola arabica) entrato in funzione nel 2020 e che con una capacità di 5.600MW potrà arrivare a fornire quasi il 25% dell’intero fabbisogno energetico nazionale. Ancora piccoli passi invece per l’Arabia Saudita ferma a circa 400MW di capacità rinnovabile installata, ma che vede il 2030 come una meta cardine per il raggiungimento dell’ambizioso traguardo dei 60GW di capacità rinnovabile installata. Anche qui il fotovoltaico ricopre il ruolo principale (70%), con una significativa presenza dell’eolico (30%). L’impatto del cambiamento non si esaurisce al mix energetico, dal momento che dal rinnovabile si prevede la creazione di circa 750mila nuovi posti di lavoro.

Le prossimi azioni. Il focus nel breve e medio non può però che rimanere incentrato sul tema idrocarburi. Seppur con le incognite dovute ad una ripresa più lenta delle previsioni, i principali progetti in attesa di approvazione vedono in prima fila sia Arabia Saudita (realizzazione del petrolchimico di Yanbu ed espansione dei giacimenti di Zuluf e Marjan) che Emirati Arabi (upgrade della produzione di Upper Zakum e gli sviluppi gas di Hail e Ghasha). Con il crollo del 70% di FID fino al livello più basso da alcuni decenni ad oggi (solo 53 miliardi di dollari sanzionati previsti nel 2020 contro i 190 del 2019), per i due paesi si potrebbe anche delineare un incremento nella quota di mercato post-Covid19. Ciononostante, la leadership di entrambi i paesi sarà fondamentale nella guida alla ripresa e alla transizione dei prossimi anni grazie all’affiancamento di megaprogetti rinnovabili insieme a quelli tradizionali.

 

Matteo Terrevazzi (Anno Medea: 2008-2009)
Laureato in Economia del settore pubblico con una tesi sul prezzo del petrolio, dopo un’esperienza quinquennale in Eni mi trasferisco in Medio Oriente prima in Saudi Aramco (2013-2018) ed attualmente nell’Office of the CEO di ADNOC.

Nicola Pugliese (Anno Medea: 2016-2017)
Laureato nel 2015 in International Management presso l’Università Bocconi, dopo un’esperienza all’interno del settore bancario, sono entrato nel mondo dell’energia. Appassionato di strategie di crescita aziendale, mi occupo di negoziati internazionali presso Eni.

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