IAASM Point of View - I2019

Oil price – La votalità è alle spalle?

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Le incognite sulla tenuta della crescita economica ed il costante incremento della produzione globale hanno tolto stabilità al prezzo del greggio, dimostrando tutte le fragilità di previsioni che non considerano l’interazione tra tutti gli elementi presenti nei mercati. Le sfide di quest’anno sembrano essere immutate rispetto al 2018, con la speranza che una rinnovata cooperazione internazionale possa divenire protagonista.

Riguardando al 2018 dei mercati, molte sono le dinamiche inattese che hanno accompagnato l’anno da poco trascorso. Se si parla di petrolio è il carattere di imprevedibilità ad aver assunto un significato chiave. Sotto il termine “volatilità” si è condensata una serie di news, analisi e previsioni: in esso gli analisti hanno riposto la spiegazione ad un andamento di prezzo incerto ed apparentemente indeterminabile. E finora questo 2019 non sembra poter invertire il trend.

Le montagne russe degli ultimi anni hanno testato i nervi degli operatori di settore. È sufficiente leggere un quotidiano per cogliere come il prezzo di un barile di greggio sia influenzato da una serie di elementi interrelati. Alcuni esempi ne sono le attese sull’equilibrio domanda-offerta, le sempre attuali tematiche geopolitiche e gli attriti collegati alle guerre commerciali. Recentemente però, le variazioni del greggio (al rialzo o al ribasso) hanno calcato connotati sempre più immediati e pervasivi. Consideriamo il Brent, che dai massimi di 110 dollari al barile visti a settembre 2014, a febbraio 2016 si attestava a 28 dollari al barile, con le prospettive più catastrofiche che iniziavano a prendere consistenza. I tre anni trascorsi da allora hanno segnato una sostanziale ripresa, ma al contempo è stata l’incertezza ad emergere. Dopo un inizio di 2018 al rialzo, il Brent ha visto un crollo di ben 5 dollari nella sessione dell’11 luglio, mentre dagli 86 dollari di ottobre, a dicembre si tornava a 50. Che sia per effetto dei consumi o della produzione, quando le nuove stime incontrano la cassa di risonanza dei mercati finanziari, anche il minimo scostamento in una direzione o nell’altra può portare alla frenesia da montagne russe descritta nel corso degli ultimi anni. Tutto ciò non può che porre un grande punto interrogativo a medio termine sul prezzo del greggio, e sul suo ruolo di principale commodity energetica nel lungo periodo.

Quale prezzo del Brent dovremmo auspicarci? L’incertezza degli ultimi anni ha portato ad una profonda consapevolezza nel settore: l’espressione “lower for longer” è divenuta il nuovo mantra, evidenziando come un barile di nuovo al di sopra dei 100 dollari ad oggi rappresenti una suggestione. Appare immediato come i progetti pluriennali che caratterizzano il settore upstream, e le condizioni ambientali sempre più estreme, impongano condizioni di stabilità di prezzo. Attenzione però a guardare con eccessiva euforia ad una quotazione su livelli oltremodo elevati. Da un lato, lo scenario di picchi di prezzo si è rivelato insostenibile nel medio-lungo termine, lasciando spazio a crisi immediatamente successive. Dall’altro, alti livelli di prezzo tendono a tradursi in rialzi e inflazione per i consumatori finali. Non è un caso che, fasi di crescita economica siano spesso accompagnate da livelli di prezzo energetici contenuti. Al contrario, rialzi sostenuti possono tramutarsi in inflazione e rischio di recessione per i paesi importatori. Un possibile equilibrio per i vari attori è stato individuato a seguito del 2014 tra i 50 e i 65 dollari al barile: abbastanza per sostenere le entrate di società petrolifere e paesi produttori, e non troppo elevato per scoraggiare le economie importatrici.

USA e OPEC alle prese con un equilibrio necessario. Il 2018 ha confermato il ruolo dell’unconventional USA come volano di crescita dell’offerta globale, molto più della spare capacity (1) sventolata da altri Paesi produttori. L’ondata di shale che ha travolto i mercati a partire dal 2010, non è passata, anzi, è divenuta un elemento determinante per le dinamiche del mercato. Ad oggi, i player americani sono un fattore in grado di produrre economicamente anche al di sotto dei 50 dollari al barile e con la realizzazione ormai prossima di nuove infrastrutture di export, non è più possibile escluderli gli equilibri internazionali. Dal canto suo, l’OPEC (l’Organizzazione dei Paesi Esportatori di Petrolio) ha compreso la necessità di coordinare gli sforzi con altre potenze – Russia in primis -, allargandosi ad OPEC+ nel tentativo di supportare i prezzi attraverso politiche comuni. A ciò si è aggiunto l’effetto delle sanzioni imposte dagli USA nei confronti dell’Iran, un produttore chiave nello scacchiere degli equilibri dell’offerta globale. Che siano quindi volontarie (Arabia Saudita o Russia) o collegate a situazioni contingenti (Iran e Venezuela), le restrizioni alla produzione restano un elemento da osservare con attenzione per comprendere l’andamento del greggio nel corso del 2019.

Occhi puntati sul protezionismo. Spostando il focus sulla domanda, gli ultimi anni hanno visto una forte espansione economica, ma le nubi sembrano pronte ad addensarsi all’orizzonte. Innanzitutto, ad essere sotto esame sembra essere la sostenibilità stessa della ripresa post-crisi, con il rischio contrazione atteso per il 2019-2020. In aggiunta, il tema dei conflitti commerciali ha occupato l’agenda delle principali economie mondiali nel 2018, mettendo a dura prova le previsioni di crescita degli analisti. L’escalation di dazi incrociati sui maggiori beni di consumo in transito tra Washington e Pechino ha palesato la stretta e indissolubile connessione tra le due maggiori potenze globali. Recentemente, anche Il fronte USA – Europa è tornato d’attualità, con Trump pronto a intervenire con tariffe mirate ai beni industriali provenienti dal vecchio continente. Queste ed altre minacce al libero scambio, con relative incertezze su crescita e PIL, non possono che ripercuotersi sulle stime di domanda, finendo per creare un sostanziale surplus delle scorte mondiali di greggio nel breve termine. Sebbene il recente disgelo commerciale tra Trump e Xi Jinping sia di buon auspicio, i crescenti focolai di protezionismo in giro per il mondo hanno lasciato il segno e continueranno a creare tensione a meno di drastici cambi di rotta.

Inoltre, va ricordato come la citata crescita economica sia stata spinta sulle ali di un elevato indebitamento (pubblico e privato), in virtù di tassi storicamente bassi. Un improvviso mutamento elle politiche monetarie finora favorevoli potrebbe rivelare tutte le fragilità di questo modello di sviluppo. In ciò, le economie “emergenti”, motore della ripresa globale e principale fonte di domanda di greggio, saranno alle prese con una prova di maturità: il rallentamento del loro sviluppo avrebbe un impatto immediato sul barile.

Che anno ci attende. Portando a fattor comune gli lementi descritti, il 2019 da poco iniziato ha visto uno scatto in avanti fino a 75 dollari a barile, in chiaro aumento rispetto ai 50 di dicembre. Lasciare eccessivo spazio all’euforia appare comunque azzardato in assenza di chiari segnali per i prossimi mesi. Solo la combinazione tra una rinnovata fiducia nella crescita economica globale e il mantenimento del controllo sulla produzione potrà porre un sostegno al prezzo di greggio e alle sue prospettive. Pur mancando la sfera di cristallo, ad oggi, la visione di reve periodo suggerisce un prezzo medio al di sopra dei 60 dollari al barile, anche se picchi fino agli 86 dollari registrati nel 2018 sembrano tuttora non alla portata. Il feeling di inizio 2019 vede una stima di circa 65-70 dollari al barile per l’anno e almeno fino al secondo trimestre si andrà avanti all’insegna della cautela. A livello giornaliero, non sono comunque escluse scillazioni in termini di 1-2 dollari. Infine, tra le opinioni rialziste, troviamo in testa gli analisti di alcune istituzioni finanziarie, pronti a porre l’asticella del prezzo medio per il 2019 in alto, anche oltre i 70 dollari per barile. Ma si sa, sono spesso loro a dettare l’ottimismo (o il pessimismo) nel settore.

 

Nicola Pugliese (Anno Medea: 2016-2017)
Laureato in International Management presso l’Università Bocconi nel 2015, dopo un’esperienza all’interno del settore bancario, è giunta la scelta di comprendere ed essere coinvolto direttamente nelle dinamiche del mondo dell’energia. Appassionato di strategie di crescita aziendale, mi occupo dell’Area Negoziati Upstream presso Eni.

(1)  Con spare capacity si intende la quantità di greggio che può essere messa in produzione entro 30 giorni e sostenuta per almeno 90.

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