Ancora sugli intangibili: valutare la capacità innovativa delle imprese

di Emanuele Pizzurno

All’interno della categoria dei beni intangibili, rivestono grande interesse ed importanza quelli legati all’innovazione tecnologica. Tra questi, uno degli intangibili più difficili da valorizzare – o anche solo di misurare – è la “capacità innovativa”, che si può definire come l’attitudine delle imprese ad innovare con successo, non solo i propri prodotti/servizi e processi, ma anche la propria organizzazione. Anche se il ruolo che i sistemi di misura della performance rivestono nel supportare le imprese a raggiungere e mantenere i vantaggi competitivi è stato largamente riconosciuto dalla letteratura manageriale di riferimento, per quanto riguarda in particolare le attività innovative (cioè di innovazione tecnologica), esse sono state tradizionalmente concepite come “fuori controllo”, data la loro elevata incertezza, la connaturata difficoltà nello stabilire una precisa relazione fra sforzi e risultati e il manifestarsi di questi ultimi con un notevole ritardo temporale rispetto al momento in cui sono stati sostenuti gli investimenti e i costi che dovrebbero tradursi nei suddetti risultati.

A partire invece dagli anni novanta, rilevanti cambiamenti negli scenari competitivi (dove si è assistito ad un’intensificarsi della concorrenza, a cambiamenti tecnologici sempre più rapidi e, conseguentemente, ad un accorciamento del ciclo di vita di prodotti) hanno condotto i manager a considerare le attività innovative come “contabilizzabili” e come tali valutabili in termini di efficienza, efficacia e allineamento con la strategia perseguita dalle imprese. In proposito, innumerevoli studiosi hanno esaminato la possibilità e il modo di progettare e adottare un sistema di misura dedicato alle performance delle attività innovative. Molti di questi sistemi, ancorati a logiche molto tradizionali, hanno presto mostrato i propri limiti (per esempio, valutare positivamente la capacità innovativa di una data impresa perché ha un risultato molto consistente in termini di “numero dei brevetti approvati/depositati dall’impresa”). Infatti, il mancato possesso di brevetti non significa ovviamente che i comportamenti innovativi siano assenti. Allo stesso modo, il possesso di brevetti non implica innovazione (ovvero, un’idea creativa che viene tradotta in un prodotto che ha successo sul mercato).

Da qui, l’interesse per studiare e valutare il modo con il quale le attività di innovazione vengono condotte, non tanto per definire un approccio quantitativo della misurazione della capacità innovativa, ma per mettere in luce le “pratiche” di svolgimento delle attività di innovazione stesse. Ciò, nella convinzione che proprio tali pratiche esemplifichino la capacità innovativa delle imprese, spesso a prescindere dai loro risultati in termini di puntuali indicatori quantitativi, quali il sopra richiamato “numero di brevetti”. L’approccio di analisi dovrebbe essere quello di studiare in modo approfondito una molteplicità di aspetti, come il contesto competitivo e tecnologico nel quale l’impresa si trova ad operare, il suo approccio nei confronti dell’innovazione (e.g. proattivo o meno, internazionalizzato o meno, volto all’esternalizzazione o meno di alcune fasi, propenso a collaborare con soggetti istituzionali, così come con concorrenti, fornitori, ecc.), i sotto-processi che costituiscono il processo di innovazione nel suo complesso (e.g. generazione dell’idea, sperimentazione dell’idea, progettazione, lancio in produzione, commercializzazione), il rischio che li caratterizza (i.e. in termini di mortalità dei progetti), l’organizzazione delle attività innovative (strutture organizzative dedicate, caratteristiche delle persone coinvolte, assegnazione di responsabilità sulle diverse fasi e l’intero processo), il processo e le tecniche di selezione dei progetti di innovazione, le modalità di finanziamento delle attività innovative, le barriere all’innovazione stessa.

Su questi temi sarà molto interessante assistere alla presentazione, il giorno 11 giugno, della ricerca firmata Uni.T.I.S. – Unità di Studi su Tecnologia, Innovazione e Sostenibilità dell’Università Carlo Cattaneo – Liuc. La ricerca è volta proprio a sviluppare una metodologia per valutare la capacità innovativa delle imprese, utilizzando l’approccio sopra esposto, focalizzandosi sull’area della provincia di Varese e dell’Alto Milanese. Ancor più interessante se si considera la caratterizzazione delle imprese dell’area: quelle di piccola e media dimensione sono prevalenti. Per queste, la presenza di alcune “barriere” tipiche (di natura culturale, informativa, di disponibilità di risorse) potrebbe rivelarsi particolarmente penalizzante precludendo loro, ad esempio, l’accesso a percorsi di riconoscimento formale dell’innovazione, la cui complessità di espletamento favorisce senz’altro le imprese di dimensioni maggiori (sempre prendendo a riferimento i brevetti, la complessità dell’iter che conduce all’ottenimento degli stessi rappresenta un caso di “blocco” tipico per la piccola impresa). L’accenno a queste peculiarità proprie delle imprese di minori dimensioni permette di cogliere l’importanza di uno strumento di studio dei processi di innovazione che vada al di là di una serie di informazioni prettamente quantitative.

Esso può infatti offrire interessanti spunti per comprendere in termini sostanziali il modo di operare delle nostre imprese, permettendo anche l’identificazione di eventuali aree critiche per le quali è particolarmente necessario arricchire il supporto offerto da parte delle istituzioni locali e nazionali.